Culto 01/11/2020 - Celebrazione della Riforma

di Ruggero Marchetti pubblicato il 01/11/2020 16:40:42 in culto 317

Romani 1, 16-17

Infatti, non mi vergogno dell’evangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di ognuno che crede, anzitutto giudeo e poi anche greco.

In esso, infatti, la giustizia di Dio si rivela da fede a fede, come è scritto: “Il giusto vivrà per fede”.

Un pensiero dalla predicazione

thumbnail article La parola greca che significa “fede”, vuol dire sia “fedeltà”, sia “fiducia”. Noi allora possiamo interpretare così l’affermazione di Paolo: “La giustizia di Dio si rivela dalla sua fedeltà alla nostra fiducia”.

Anzitutto la “fedeltà” di Dio. Dio non ha dimenticato e non ha mai abbandonato l'umanità. Al di là d’ogni cosa, resta per sempre la sua “fedeltà” verso di noi, la profonda concordanza fra quello che Dio vuole e quello che – ce ne rendiamo conto oppure no - anche noi vogliamo, anelando alla nostra libertà. “Noi”, dice la Seconda lettera di Pietro, “aspettiamo un nuovo cielo e una nuova terra, nei quali abiterà la giustizia” (3, 13). E la giustizia sarà proprio questo: il Dio fedele farà ciò che ci ha promesso, e perciò ciò che giusto. Ci farà dono della libertà che abbiamo perso… che non abbiamo più… e in noi, liberati e perciò liberi, troverà compimento la giustizia di Dio.

Parliamo ora della nostra “fiducia”. È la fede di chi vive in maniera giusta l’Alleanza col Signore che ora si è allargata a abbracciare tutti i popoli, e si aspetta da lui “cielo nuovo e terra nuova”. La fede di chi si affida interamente a Dio, perché sa che “egli si prende cura di noi” (cfr 1 Pietro 5,7). Si è già preso cura di noi, una volta per tutte, nel suo Figlio Gesù.

Proprio poi perché Dio, nella sua potenza sempre in atto, si prende cura di noi in Gesù, chi è “affaticato e stanco” trova sollievo. Per lui e per tutti coloro ai quali l’evangelo è stato proclamato e che abbiamo creduto, si compie la promessa: “Il giusto vivrà per fede”.

Un’ultima domanda: quando noi precisamente siamo giusti?

Quando da prigionieri rinchiusi nella torre/prigione della nostra fragilità e del bisogno che abbiamo di essere tratti fuori dalla spirale delle nostre angosce e delle nostre paure, ci facciamo “sentinelle”, e cioè rivolgiamo con fiducia e speranza il nostro sguardo alla rivelazione che viene a noi da Dio nel suo Evangelo. Non vi è altra giustizia umana che quella di chi si presenta al tribunale di Dio, e trema e spera. Chi fa questo “vivrà”.

Sì, noi vivremo per la fedeltà di Dio, E vivremo per la nostra fede. Si dica in un modo o nell’altro, la realtà è sempre quella.

La fedeltà di Dio per noi qui oggi sta nel fatto che Egli ci si fa incontro nell’annunzio dell’Evangelo, e pronuncia il suo “no” a quello che siamo, per proclamare in Cristo il “sì” che ci rinnova e salva. La nostra fede è il timore reverenziale, quel turbamento che è pace, e quella pace che è turbamento, con cui acconsentiamo al “no” divino, fiduciosi che per noi tutto già è diventato “si”.

Ecco allora: là dove “la fedeltà di Dio” incontra “la fede dell’uomo”, là si rivela la sua “giustizia”. Là “il giusto vivrà”.

Questo è il tema, questo è l’Evangelo dell’Epistola di Paolo ai Romani. È il senso e il cuore del nostro essere cristiani riformati…

Il pastore


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